VERSO IL VOTO A ROMA..

Scritto da Stefano Ciccone il 26.06.2012 e inserito in Notizie

Ho accettato volentieri l’invito all’assemblea popolare in cui Sandro Medici ha lanciato la propria candidatura a Sindaco di Roma. Una partecipazione che, ovviamente, non intendeva rappresentare nessuno, né “schierarsi” a sostegno della sua candidatura ma, piuttosto, cogliere l’occasione di contribuire a una discussione, a sinistra, in libertà.

La candidatura di Sandro Medici ha infatti un indubbio merito: quello di rendere più trasparente e partecipata la costruzione di un’iniziativa politica a sinistra e nel centrosinistra per proporre un cambio di governo nella città.

La costruzione di un programma, di una coalizione alternativa e dunque la scelta di una candidatura a Sindaco, non può restare sequestrata dal confronto tra ceto politico istituzionale, assessori, notabili locali, correnti di partito. Va aperta una discussione pubblica e partecipata. E non basta l’“ascolto” dei cittadini se gestito e promosso paternalisticamente dal centro e dall’alto: è necessario mobilitare energie, intelligenze relazioni con esperienze sociali radicate capaci di leggere bisogni e risorse della città.

C’è bisogno di questa qualità del percorso perché l’esito della campagna elettorale a Roma non è scontato. Oggi questo esito è più incerto di qualche mese fa dopo che l’esperienza del governo Monti ha reso più difficile la leggibilità di un’alternativa tra schieramenti e la possibilità di raccogliere la rottura dell’egemonia berlusconiana. È più difficile di fronte al crescere (strettamente connesso) di liste civiche, spinte populiste, frammentazione, anche a sinistra, che rischiano di impedire l’emergere di un’alternativa alla destra.

In questo scenario le primarie sono uno strumento decisivo, anche se non risolutivo. Primarie non per scegliere personalità salvifiche ma come strumento per far irrompere le domande e le intelligenze delle persone e delle esperienze collettive, per mobilitare energie. Ciò è possibile a patto di cedere effettivamente sovranità e potere nella costruzione della proposta di governo.

Ma le primarie, il confronto tra diversi candidati servono anche a costruire in modo trasparente e partecipato il profilo della coalizione. E a Roma questo profilo deve essere netto su alcune opzioni: nell’assemblea promossa da Medici, ma allo stesso modo nel documento promosso da Paolo Berdini e Antonio Castronovi, nei referendum depositati in Campidoglio, queste opzioni cominciano ad essere delineate e permetterebbero e richiederebbero un percorso condiviso.

La sconfitta che ha portato all’avvento di Alemanno (imprevista e mai sufficientemente analizzata) dice che il profilo della coalizione deve produrre una discontinuità con le precedenti esperienze di governo del centrosinistra:di indirizzi, misure e proposte politiche, ma anche di pratiche e comportamenti: Discontinuità con la “modernità” del “pianificar facendo” e dell’urbanistica contrattata, discontinuità con una politica della cultura che accentrava e cooptava marginalizzando le innovazioni che crescevano fuori dai circuiti, discontinuità con l’inseguimento delle retoriche securitarie della destra.

Discontinuità con quel senso di autosufficienza del potere politico nella gestione dei rapporti sociali, nella progettazione della città, nel rapporto con i poteri economici della città con cui, infatti si è spesso segnata una grave subalternità. Credo che anche Nicola Zingaretti debba esplicitare con più nettezza il profilo programmatico e politico della sua proposta per Roma se vuole aspirare a rappresentare un cambiamento credibile e valorizzare il consenso costruito in questi anni.

Ma definire un profilo della coalizione pone un problema, non solo romano, anche alla sinistra. Per questo ho chiesto a Medici di esplicitare il senso della sua candidatura. È possibile costruire una proposta che raccolga davvero la sfida del governo e abbia l’ambizione di sfidare le forze più moderate del centrosinistra? È possibile uscire dalla morsa di due opposte e speculari forme di rassegnazione per cui o si deve rinunciare alle proprie idee per accedere al governo o rinunciare alla prospettiva di governare e cambiare la realtà pur di restare fedeli alle proprie idee? C’è la necessità di costruire una coalizione ampia, credibile e innovativa insieme.

Ma se questo è il livello di innovazione politica, culturale e programmatica di cui abbiamo bisogno allora non basta un candidato e un buon programma. Va ripensato il rapporto tra politica istituzionale e pratiche sociali, va riaffermata un’idea dei movimenti come esperienze plurali, aperte e partecipate contro le torsioni identitarie e le spinte all’appartenenza che spesso questi ripropongono. Va superata la scorciatoia di attribuire la rappresentanza della ricchezza e complessità delle esperienze politico-culturali della città allo scambio tra ceto politico istituzionale e ceto politico di “movimento”.

Anche chi si candida alle primarie con l’ambizione di riaprire questo canale di comunicazione con la società deve avere la radicalità e il rigore di non limitarsi alla facile e condivisa critica delle degenerazioni della politica istituzionale ma fare della sua iniziativa anche l’occasione per mettere in discussione rendite di posizione, opportunismi, gerarchie, deleghe e logiche di potere che segnano anche esperienze che si dicono radicali e antagoniste.

Per questo cambio di cultura si rivela per me prezioso l’incontro con la politica delle donne e il femminismo: non un affare solo delle donne nè un vezzo marginale ma l’emersione dell’urgenza di uno sguardo critico sulla politica, l’esigenza di una critica radicale alle sue pigrizie e alle sue miserie che chiama in causa con forza gli uomini.

Non è più possibile sopportare come necessari, il leaderismo, la retorica declamatoria che chiede delega e alimenta logiche di appartenenza, il radicalismo machista come surrogato della radicalità. Dopo Genova, nel social Forum di Firenze e nelle esperienze successive abbiamo tutti e tutte potuto riflettere su quanto questo abbia pesato nel ripiegamento del movimento dei movimenti contro la globalizzazione neoliberista. Non possiamo rimandare la costruzioni di altri linguaggi, altre forme del conflitto ad un momento successivo all’esito del conflitto con la destra.

Perché senza questa qualità della politica, senza un’idea diversa e più ricca di partecipazione, senza un’idea della politica capace di cambiare non solo (anche, spero,) il piano regolatore ma anche di rimettere in discussione le regole invisibili che regolano le nostre vite e le nostre relazioni quotidiane, la nostra produzione di conflitto, non riusciremo a battere la destra, nelle urne e nella città.

Una bella scommessa per SEL se preferisse all’ipotesi di affidare la propria autoconservazione come partitino alla benevolenza del vincitore designato l’ambizione e il coraggio di riaprire la partita, veramente.

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